È noto oramai come la pandemia abbia fatto scattare una totale rivoluzione della vite delle persone, che riguarda non solo l’ambito personale, ma anche quello lavorativo, che ha sviluppato di conseguenza una forte necessità di rinnovo e cambiamento. Una di queste trasformazioni è indubbiamente la visione dei dipendenti da parte delle aziende e come queste ultime si rapportano ad essi: un esempio è il ruolo di rilievo che le soft skills, le competenze relazionali, sembrano assumere per i datori di lavoro e di come vengano reputate sempre più importanti all’interno dell’ambiente lavorativo.

Si parla di una grande innovazione in quanto il mondo del lavoro ad oggi é sempre stato fortemente orientato verso quelle che sono chiamate “hard skills”, ovvero le competenze prettamente tecniche riguardanti una professione, relegando in una posizione marginale le competenze trasversali delle persone.

Ma perché questo cambio di direzione? Sicuramente in parte è dettato dalla volontà da parte dei dipendenti di avere degli ambienti di lavoro maggiormente inclusivi, dove sia possibile esprimersi liberamente e dare spazio alla creatività, che deve essere considerata come un valore aggiunto e non come un limite al raggiungimento degli obiettivi aziendali. In secondo luogo, è da considerare di primaria importanza il crollo dell’organizzazione verticista e piramidale delle aziende, avvenuto a causa del lavoro ibrido e del cambio di paradigma da “controllo fisico” a “fiducia e gestione da remoto” dei propri lavoratori.

Vi sono dunque aziende che hanno saputo adattarsi ai tempi e ai cambiamenti che ne derivano, attuando strategie atte a conseguire, oltre che la formazione tecnica e digitale necessarie per mantenere il controllo della difficile situazione pandemica, anche lo sviluppo di conoscenze e competenze che riguardano la gestione degli spazi vita-lavoro, dei tempi, della comunicazione interna ed esterna.

Vi è dall’altro lato uno “zoccolo duro”, bloccato da convinzioni di potere-sfiducia che minano non solo il lavoro interno dei dipendenti (possibile concausa dell’elevato numero di dimissioni volontarie che si stanno registrando in Italia), ma anche un blocco esterno, che riguarda soprattutto i giovani che cercano lavoro, i quali sono sempre meno disposti a tollerare e mantenere in essere un sistema che non investe sulle persone.

Verso quali competenze si stanno dunque orientando le aziende? Prime fra tutti, vi sono sicuramente la capacità di problem solving, l’adattabilità al cambiamento, la capacità di ascolto e ovviamente la digitalizzazione. Ci si chiede però se a livello pratico le aziende saranno disposte ad andare oltre ad un CV in apparenza “semplice”, nel quale siano poco valorizzate le competenze tecniche e che quindi non favorisca la scoperta e selezione di talenti. Certamente il mercato attuale non aiuta, essendo in continua mutazione e necessitando di rimanere e diventare attrattivi per le aziende, e che sta cercando di modificare anche i propri paradigmi culturali, spingendo verso una scelta di percorsi di studio volti agli ITS che, al momento, sono gli unici ad avere un rapporto stretto e diretto con il mondo del lavoro. Vi è dunque la necessità di andare oltre i vecchi pregiudizi che vedevano questi istituti come i luoghi di “coloro che non volevano studiare” e dimostrare attraverso approcci diversi, di esempio e condivisione, come questa sia una visione arretrata e come il mondo del lavoro sia cambiato negli ultimi anni ed esiga nuove competenze e prospettive.