Il Coronavirus ha colpito duramente 183 Paesi mettendone in ginocchio le economie. Basti pensare che il Pil italiano è destinato a una contrazione tra il -3,5% e il -11,5%. La ripresa potrebbe avvenire in due modi: nella migliore delle ipotesi avremo una ripresa a V, nella peggiore a L. Illustriamo brevemente questi due modelli.

Nel primo caso, dopo un crollo rapido della produzione si assisterà ad un improvviso rimbalzo. Questa ipotesi è legata alla convinzione che la crisi attuale sia legata alla domanda, dunque, non appena essa tornerà ad essere incrementata, si potrà sperare in un risanamento rapido. Il secondo modello di ripresa ipotizzato è quello a L: a un calo verticale corrisponderà una ripresa lenta, orizzontale. Si tratta dello scenario possibile nel caso di una domanda che rimane anemica anche dopo la fine della quarantena, con un inevitabile danneggiamento massiccio dell’offerta.

Quali sono i riflessi che questi possibili scenari avranno sul mondo lavorativo? Il lavoro a distanza è cresciuto del 90% grazie all’utilizzo di diverse tecnologie. Nonostante quello che stiamo facendo è, nella maggior parte dei casi, semplice lavoro da casa e non vero e proprio smart working, bisogna constatare che gran parte dei lavoratori ha imparato a padroneggiare nuove tecnologie, utili anche nel post emergenza.

La nuova regola è la distanza sociale. Una regola a cui dovremo adattarci vedendo profondamente modificate le nostre abitudini. Certo, perché se oggi siamo chiusi in casa, domani verremo catapultati in una realtà sconosciuta, nella quale ci si limiterà a salutarsi da lontano, nascondendo i sorrisi dietro le mascherine.

Nulla tornerà come prima. Non solo dovremmo dire addio a treni affollati, concerti ed eventi di ogni tipo, ma anche il lavoro cambierà. Dopo aver sperimentato lo smart working non andremo tutti i giorni in ufficio, dopo aver sperimentato i webinar non torneremo in aula, e dopo aver fatto shopping online difficilmente torneremo con frequenza nei negozi.

A soffrire più di tutti saranno i settori legati al turismo, alla ristorazione, alla produzione di beni non essenziali, ai trasporti e al retail. Questi comparti, già adesso in bilico, rischiano il collasso totale. Al contrario, la sanità continuerà a chiedere a gran voce nuovi operatori, e lo stesso faranno logistica, e-commerce e piattaforme digitali. Google, Microsoft, Netflix, Amazon e gli altri giganti Tech continuano ad assumere. La loro importante presenza online gli consente di non chiudere e di continuare a guadagnare, in quanto non legati a luoghi fisici.

Servirà una radicale riconversione delle aziende, che dovrà investire non solo il prodotto ma anche l’organizzazione. Sentiamo continuamente parlare, ad esempio, di industrie tessili che riconvertono la produzione in mascherine, che sono tanto utili quanto introvabili nel nostro Paese. Ma non basta. Le professioni più richieste a fine emergenza sono quelle dotate di particolari skill nell’analisi e nell’interpretazione dei dati e dei processi digitali: data specialist, digital marketing, Seo expert, e-commerce specialist, esperti di comunicazione e IT developer saranno i primi lavori che vedranno una graduale ripresa.

Il cambiamento non riguarderà solo le competenze professionali. L’intera organizzazione andrà ripensata, con la consapevolezza che nulla sarà come prima. Ad esempio i leader dovranno essere preparati a reagire con competenza durante i momenti di crisi, e tutte le risorse aziendali dovranno essere pronte a trasformazioni improvvise, così da garantire un futuro all’azienda. Un occhio di riguardo va anche al parco tecnologico, preferendo un’infrastruttura “mobile”, capace di facilitare forme alternative al lavoro in ufficio.

La politica sta vagliando delle soluzioni per mitigare la crisi. Ma è importante che ogni singola parte dell’organizzazione, indipendentemente dal suo ruolo, conosca il futuro modus operandi: solo così potremo sperare in una comune rinascita, senza lasciare indietro nessuno.