“Lavorare per vivere o vivere per lavorare?” Questa è la domanda che si è rivolto un giorno il veronese Simone Sabaini, che ha deciso di raccontare la sua esperienza in un’intervista al Corriere della Sera.

Dopo la laurea in Economia ha iniziato a lavorare per un fondo di investimento. «Guadagnavo benissimo ma l’ambiente era molto competitivo – spiega – e io ero totalmente immerso nel circolo vizioso di questa epoca: lavorare tanto, per guadagnare tanto, per spendere tanto, per compensare ciò che ci manca di più, e cioè il tempo libero.»

Sabaini trascorreva come molti quasi dodici ore al giorno in ufficio oppure in viaggio tra Milano e Verona. Cos’è successo poi?

«Io credo che la decisione di rompere questo schema assurdo possa avere due genesi, – racconta – la prima è esterna, un evento traumatico, come appunto la pandemia; la seconda è interiore e nasce da un percorso di consapevolezza dell’individuo che parte da una domanda semplice eppure difficilissima: cosa mi fa stare realmente bene? Rispondere non è facile, perché presuppone di guardarsi dentro con sincerità, mettendo al centro noi stessi, mentre la nostra vita è tutta protesa a soddisfare le aspettative degli altri: la famiglia, gli amici, la società».

Ed è così che Sabaini prende una decisione importante. «Ho lasciato il fondo e con esso il 90% del mio stipendio e dopo un periodo come manager in Altromercato sono approdato a Modica, città di cui mi sono innamorato arrivandoci per caso durante una vacanza in Sicilia nel 2007. Avevo valutato anche altre soluzioni, come il Portogallo o il Sud della Francia, cercavo il mare, ma solo qui in Italia si respira la Grande Bellezza ovunque ci si volti. Mi sono messo a fare ciò che avevo voglia di fare, mi risulta perfino difficile chiamarlo “lavoro”. E quando si ama ciò che si fa i risultati arrivano. Certo, non nascondo che ricominciare a Modica, dove un affitto costa 200 euro, per certi aspetti è più facile che farlo in Veneto. Qui non c’è la continua rincorsa allo status del Nordest, c’è un’attenzione maggiore alle persone e alle relazioni.»

Ora lavora mezza giornata e il resto del tempo lo passa con gli amici, in campagna e al mare. Ed è proprio in questi momenti dedicati a sè che ha avuto modo di pensare e avere le idee di business migliori. E infatti, Simone Sabaini è diventato imprenditore nel giro di dieci anni realizzando: una fabbrica di cioccolato pluripremiata con innovative cantine di affinamento, tre negozi, un albergo, un cocktail bar e due aziende agricole.

«Ora guadagno più di quel che mi occorre, è vero – continua – ma quando sono arrivato qui in Sicilia sono partito da zero. A differenza di molti miei coetanei veneti io non avevo la fabbrichetta lasciata dal papà, la casa ereditata dal nonno o un piccolo capitale con cui cominciare. Avevo solo i risparmi dei miei lavori passati ma le assicuro che non parliamo di milioni di euro».

Infine conclude con una riflessione:
«Penso che si faccia tutto questo solo per lo status, perché la società in cui viviamo ci impone di avere la macchina più bella del parcheggio, la borsa più costosa della festa, l’orologio più esclusivo dell’ufficio. Un esempio vale per tutti: acquistiamo l’ultimo smartphone esibito in vetrina per essere più comodi e hi-tech nello stare al telefono dieci ore al giorno; ma se non sto al telefono dieci ore al giorno, l’ultimo smartphone non mi serve. Basta il terz’ultimo».