Laureati STEM: in Italia mancano i professionisti
In Italia mancano i laureati STEM. Il nostro Paese dà poca importanza alla formazione STEM, che fornisce competenze innovative in ambito scientifico e tecnologico.
Ed è proprio da queste competenze che il Bel Paese dovrebbe ripartire: in un mondo che cambia alla velocità della luce, sono proprio queste skill a garantire una crescita inclusiva, sostenibile e virtuosa.
Nei prossimi anni, infatti, buona parte delle mansioni sarà processata dalla tecnologia: Intelligenza Artificiale, Machine Learnings e Robotics svolgeranno in modo automatico i processi più ripetitivi, dando la possibilità ai lavoratori di concentrarsi su quelli decisionali.
Non solo. Il crescente utilizzo dello smart working ha modificato la cultura organizzativa e la gestione delle relazioni, danno importanza anche alle soft skill oltre che alle competenze tecnologiche.
Tutto questo Deloitte lo aveva capito ancor prima della pandemia. La società di consulenza e revisione, già a gennaio 2020 ha lanciato il progetto Impact for Italy, finalizzato a sostenere le imprese e rilanciare la crescita italiana.
Sulla scia di questo progetto, l’Ossservatorio Fondazione Deloitte ha condotto una ricerca sulle strategie da adottare per sostenere il cambiamento. I dati emersi, confermano che per immaginare un’Italia più competitiva e resiliente è indispensabile investire sulla formazione STEM delle nuove generazioni.
Ma l’iniziativa di Deloitte non può e non deve rimanere isolata. Serve uno sforzo comune, che coinvolga le Università e le organizzazioni di tutto lo stivale.
Per raggiungere quest’obbiettivo Deloitte ha condotto uno studio che ha interessato il contesto formativo nazionale e gli stakeholder del sistema. Sono stati interrogati neolaureati, docenti, aziende e centri di orientamento: il risultato, in relazione al focus sulla formazione STEM, è piuttosto deludente.
Un’azienda su quattro non è riuscita a trovare i profili adatti nel momento in cui si è trovata a cercare figure specializzate in ambito scientifico-tecnologico. In particolare, i professionisti più introvabili sono risultati essere gli ingegneri meccanici, quelli dell’automazione e quelli dell’informazione.
D’altronde gli studenti italiani iscritti alle facoltà STEM rappresentano solo il 27% del totale, con un trend sostanzialmente stabile di crescita pari al +0,3% annuo nell’ultimo decennio.
Non solo. Sebbene a livello nazionale uno studente STEM su due è iscritto a ingegneria, solo uno su dieci è iscritto a facoltà ingegneristiche che corrispondono alle esigenze del nuovo mercato lavorativo.
Dunque, c’è ancora molta strada da fare, ma il potenziale per aggiustare il tiro c’è. Abbiamo ereditato un’impostazione culturale umanistica che, tuttavia, non deve essere considerata una criticità, bensì un punto di forza. Se sapremo coniugare lo slancio verso l’innovazione con il meglio della nostra cultura, daremo vita a quell’umanesimo digitale di cui si sente tanto parlare.
Per farlo, tuttavia, dobbiamo cominciare a investire seriamente sulla formazione STEM, che in altre parole equivale a investire sul futuro del nostro Paese e su quello dei nostri ragazzi.
Fonte: deloitte.com

