Il lavoro da casa ha allungato del 40% la giornata lavorativa. La crisi economica causata dal Coronavirus ha costretto molte aziende a lasciare temporaneamente scoperte alcune posizioni, costringendo i lavoratori a svolgere le mansioni di due o più dipendenti contemporaneamente. Non solo. Con i figli a casa, spesso mamma e papà si ritrovano a dover fare anche da balie e insegnanti. Com’è possibile che i manager non si accorgano del problema?

Perché c’è una persistente venerazione per il “lavoratore ideale”. Si tratta di un modello costruito in passato, corrispondente al giovane adulto che entra nel mondo lavorativo intorno ai vent’anni e lavora instancabilmente per i successivi 40. Questo stereotipo del “capofamiglia che porta il pane a casa” ha funzionato fino agli anni Sessanta, quando le donne sono entrate in modo massiccio nel lavoro formale. La solidità del “lavoratore ideale”, tuttavia, non è stata scalfita dal popolo delle lavoratrici femminili al quale, anzi, è stato richiesto un impegno maggiore: oltre al lavoro d’ufficio, le donne dovevano occuparsi dei figli e delle faccende domestiche, come avevano sempre fatto.

L’emergenza sanitaria ha evidenziato l’inadeguatezza di questo modello. Secondo un recente sondaggio, il 14% delle donne sta pensando di lasciare il lavoro a causa dell’incompatibilità con la vita familiare. Ma non è un problema prettamente femminile. La stessa cosa vale per l’11% degli uomini, che non riescono a gestire contemporaneamente lavoro da remoto, faccende domestiche e cura dei propri figli.

Tutto questo perché sia gli uomini che le donne del 2020 non corrispondono al modello del lavoratore ideale abbozzato nel secolo scorso. E così si viene a creare un grande divario tra lavoratori senza figli, che in questo periodo di isolamento forzato hanno lavorato di più, e lavoratori con figli, che hanno subito un grosso calo della produttività dovendosi destreggiare tra pc, urla e pentole in ebollizione.

Ma la pandemia ha anche avuto un effetto collaterale positivo sul tema. Entrando nelle case dei lavoratori, alcuni supervisori si sono resi conto delle difficoltà di padri e madri, e i datori di lavoro cercano di essere più comprensivi. Il Covid, insomma, ha spiattellato l’inadeguatezza del “lavoratore ideale”, un modello risalente a mezzo secolo fa incompatibile con la realtà del nuovo millennio.

Il primo passo per abbandonare questo modello obsoleto consiste nel rielaborare gli ideali lavorativi in modo che riflettano la vita contemporanea. Per farlo è opportuno istituzionalizzare il tele lavoro, una modalità che prima del Covid-19 era rifiutata a prescindere da gran parte delle aziende. Ma con l’emergenza l’impossibile è diventato realtà: le aziende hanno investito tempo e denaro per consentire un accesso al lavoro da remoto senza interruzioni, i dipendenti più anziani si sono rimboccati le maniche per destreggiarsi con la tecnologia, i supervisori hanno capito come gestire il personale senza stare con il fiato sul collo.

Non lasciamo che gli effetti positivi di questa crisi vadano sprecati. E’ giunto il momento di abbandonare l’immagine del lavoratore anni ’60 per accogliere un nuovo idolo, il lavoratore ambizioso, concentrato e impegnato che ha l’opportunità di bilanciare gli obblighi lavorativi con la vita familiare.