La precarietà è un problema che affligge i lavoratori italiani da diversi anni. Essere un lavoratore precario vuol dire non avere la sicurezza di vedere il proprio contratto rinnovato per i prossimi mesi, vivere costantemente con il timore di perdere i lavoro e, di conseguenza, rinunciare ad uno stile di vita dignitoso. Come si può immaginare, una situazione del genere influisce negativamente non solo sul piano strettamente lavorativo, ma anche sul benessere psicologico.

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A dirlo sono i risultati della ricerca “effetto dell’insicurezza lavorativa cronica sul cambiamento di personalità” svolta dagli scienziati della Rmit University’s School of Management. Lo studio è stato effettuato su un campione di 1.046 dipendenti australiani, uno strato sociale lontano dal nostro, ma soggetto alle stesse dinamiche per ciò che riguarda il precariato. I lavoratori sono stati sottoposti a test di valutazione per 9 anni, dando risultati differenti con il passare del tempo.

Nei primi anni, i precari hanno dimostrato un’alta produttività, spinti, probabilmente, dalla voglia di mantenere la propria posizione, nella speranza di ottenere il tanto agognato posto fisso. Con il passare del tempo, quest’effetto si è esaurito: come spiega Lena Wang, coautrice dello studio, la personalità del lavoratore si adatta allo status quo e rende per inerzia, meno influenzato da stimoli positivi quali l’ottenimento del posto fisso che risulta, di fatto, irraggiungibile.

Un atteggiamento del genere si ripercuote non solo sulla produttività ma anche sui legami con i colleghi: i soggetti analizzati hanno dimostrato poco interesse nell’instaurare relazioni con gli altri dipendenti, in virtù della loro posizione.

Passiamo alla sfera personale. Secondo i risultati i fattori più influenzati dal precariato sono la stabilità emotiva, la gradevolezza e la coscienziosità. L’effetto negativo su queste tre categorie è devastante. Gli studiosi affermano che proprio da queste dipendono la gratificazione personale e il raggiungimento degli obiettivi.

“Tradizionalmente, ci siamo occupati delle conseguenze a breve termine della precarietà, del fatto che danneggi benessere, salute fisica e autostima”, spiega la dottoressa Lena Wang. “Ma ora stiamo vedendo come questo in realtà cambi chi sei in quanto persona nel tempo”

Inoltre, secondo gli psicologi, stabilità emotiva, gradevolezza e coscienziosità regolano la nostra capacità di relazionarci con gli altri e, dunque, di lavorare in team. Infine, questi tre fattori regolano la nostra capacità di fronteggiare lo stress, uno dei più grandi pericoli per la nostra salute.

Il precariato è un problema sociale da non sottovalutare. La speranza, per i prossimi anni, è di contare su provvedimenti governativi capaci di ridurlo concretamente fino alla sua distruzione totale. Secondo il professor Chia-Huei Wu, autore dello studio, quello che i lavoratori possono fare per mitigare questa sensazione è

investire nello sviluppo professionale, in competenze e formazione.


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